La Birmania ti rimane nei denti, ti si appiccica sotto i piedi, ti si infila nell’esofago e ti si pianta sullo stomaco, ti lascia un odore che sembra quello dei cassetti  con la canfora e gli occhi pieni di oro e biglietti da 1000 Kiats infilati nelle urne dei templi.
Monaci a piedi scalzi con la ciotola nelle mani e lo smartphone non so dove, bocche rosse con gengive gonfie fino a scoppiare che riescono creare sorrisi scomposti da scosse sismiche da betel. In Myanmar, come adesso si chiama, nome imposto da uno dei tanti governi, capitali spostate alla ricerca di maggiore fortuna, costruite qua e là e infine cattedrali nel deserto, mercati galleggianti che non galleggiano più, laghi incastonati fra colline indiamantate di resort e palafitte a bagno nello scorrere marrone di acque stagnanti. Ad ogni giro di foto la donna inchinata verso l’acqua imbevibile, inguardabile, melmosa, lava i panni mentre i ragazzi fanno il bagno e tu ti chiedi se sopravviveranno, o se sopravviverai tu al prossimo “ristorante”. Una infilata di artigiani mostra abilità inimmaginabili, sigari, sciarpe, collane, ombrelli, statue, argenti, e file di turisti salgono e scendono da barche veloci che frullano le onde con motori lunghi che tritano alghe e fango.   E poi i resort, i mondi di plastica, dove l’acqua del lago sembra perfino pulita, mentre la collina vicino ha uno squarcio nel fianco risuona di ruspe e martelli pneumatici. Le palme si sa, possono creare scenari suggestivi, ma i suoni viaggiano nell’etere e rivelano segreti. Rivedo il lago Inle, nella sua immagine primeva, nella magia bruta che lo avvolge, le nebbie del mattino,  i suoni d’ovatta, le colline nella bruma e il sole che apre il giorno, semplice, ritmato, pulito, sincero. Mercati, mercati, mercati, colori e sguardi, puzze e profumi, fiori e frutti, si confondono nel ricordo raccontando un canzone di polvere, di sputi e te e latte, venditori di betel e cani dalle

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